Interventi in memoria di
Sergio Fedriani
giovedì 12 gennaio 2006Un ricordo di SergioAlcune settimane fa, forse un paio di giorni dopo Natale, quando era ricoverato al San Martino, Sergio mi disse che quello che stava vivendo era certo uno dei due momenti più brutti della sua vita. Ma poi, un po’ per gioco e un po’ per scaramanzia, disse che il momento più brutto era stato trent’anni fa quando faceva il militare a Roma, alla Cecchignola. Questo ricordo mi ha aperto uno squarcio sul passato, sugli anni in cui ho cominciato a volergli bene.
Noi ci eravamo conosciuti nei primi anni Settanta, quando ancora eravamo studenti all’università, ma forse iniziai davvero capire come era fatto quando andò a militare, subito dopo la laurea, credo che fosse il 74 o il 75. Per Sergio il militare fu un’esperienza devasatante. Quando tornava a Genova in licenza ci raccontava, con uno sdegno che gli soffocava la voce, il clima di sopraffazione che trionfava nella caserma, i mille episodi di ingiustizia e di violenza a cui assisteva ogni giorno, e di cui spesso era vittima. Ricordo che mi ritrovavo a pensare che altri giovani che conoscevo avevano avuto brutte esperienze durante la leva, ma che erano sempre riusciti a superarle trovando ciascuno una scorciatoia per adattarsi e convivere con quel clima. Sergio non era in grado di adattarsi alla violenza e alla volgarità. Le subiva. Quella esperienza lo segnò profondamente – ne parlò per anni, ogni volta sdegnandosi come se fosse accaduto il giorno prima.
Ho sempre pensato che quella sia stata una delle esperienze più importanti della sua vita. Negativa certo, ma importante perchè lo ha obbligato a guardarsi dentro e a capire quali erano i valori che davvero gli importavano. Mi ricordo che in quegli anni, quando Sergio decise di lasciare gli abiti dell’architetto e di vestire definitivamenbte quelli del pittore, mi trovai a pensare che forse l’odio per la violenza e la volgarità che aveva maturato durante il militare lo spinsero non solo a maturare il suo antimilitarismo e il suo pacifismo a oltranza, ma anche a fare la sua scelta artistica definitiva.
Sergio era completamente incapace di violenza e subiva la violenza della vita, nel suo quotidiano e nella politica, come un’offesa che lo feriva e lo lasciava impotente. Non c’è mai, nelle sue opera, una sola traccia di violenza. Le nuvole sono morbide come cotone, il cielo ha tutte le sfumatura d’azzurro, i toni sono lievi, i personaggi leggeri e ironici. Sergio era esattamente così. Ogni tanto, quando riuscivo a fare un salto nel suo studio e lui mi sfogliava davanti agli occhi le sue ultime opere, pensavo che in realtà mi stava mostrando l’anima.
Il momento magico da trascorrere con Sergio era il viaggio. Partire con lui era una sorta di rito magico che avveniva per tappe graduali. Quando partivamo Sergio stava per alcuni giorni inoperoso, incapace di disegnare. Fossimo nelle città slave o sul sentiero di Santiago di Campostela, in Provenza o a Siracusa, in Corsica o a New York, Sergio passava i primi giorni a osservare. Era come se stesse incorporando i colori che lo circondavano nei suoi occhi. Poi, dopo qualche tempo, sfilava dalla borsa il suo diario di viaggio, un libretto zeppo di schizzi , e cominciava a riempirlo di colori, che poi spesso trasformava in indimenticabili cartoline agli amici. Ma tutto veniva trasfigurato dalla sua fantasia e noi che avevamo il privilegio di essere lì con lui, se vedevamo che tardava a prendere in mano la matita e i pennelli protestavamo e lo minacciavamo scherzando di licenziamento dal suo ruolo di artista itinerante. Quando due anni fa ci rivelò il suo progetto di raccontare i suoi viaggi in una mostra, trasfigurando come in un sogno i suoi schizzi e i suoi ricordi, ci disse anche che si trattava in un certo senso di una mostra collettiva, perché lì dentro c’eravamo tutti noi, tutti quelli – e molti sono qui – che hanno avuto il privilegio di assaggiare pezzetti della sua vita.
Qualche mese fa Giulia ha scattato una foto che rappresenta una spiaggia completamente deserta con al centro una cassetta delle lettere su cui è scritto “i sogni” e mi ha detto: quella foto l’ho fatta per Sergio, perché sembra un suo quadro. Isabella mi ha confessato che per molto tempo non riuscirà a vedere una mostra, a entrare in un museo senza sentire la voce di Sergio che ce la spiega, che ci racconta con il suo linguaggio ricercato e avvolgente l’anima degli artisti, la loro biografia, la loro grandezza. Sergio era per tutti noi sinonimo di sogno e di poesia, e non tanto perché era un artista, ma perchè era un uomo generoso ed aveva la capacità, rara, di usare il suo talento, la sua morbidezza nei toni, il suo amore per la bellezza ed il buon gusto, nei piccoli gesti della vita quotidiana, nei rapporti umani.
Persino nelle settimane scorse, all’ospedale, usava parole lievi per spiegare quello che gli stava accadendo. Una volta, durante una visita, mi ha detto sorridendo che stava vivendo un’esperienza “onirica”, come se l’effetto dei calmanti fosse solo l’ennesimo sogno della sua vita. Non ha mai avuto un solo gesto di ribellione per quello che gli stava capitando, forse aveva paura di fare un torto quelli che lo stavano assistendo. Anche in questo caso “aveva paura di disturbare gli altri”, come quando eravamo in viaggio e temeva di farci perdere tempo se si fermava a catturare uno scorcio di natura, o un edificio in uno schizzo. Non capiva che noi non vedevamo l’ora che lo facesse, per poter vedere le cose che avevamo intorno attraverso i suoi occhi.
Ieri Chiara mi ha detto che avverte un immenso senso di vuoto, e che non sa come farà a riempirlo. Non ho saputo che cosa risponderle. Forse l’unica cosa che posso dire, a Chiara e a Piera e a tutti noi, è che con il vuoto che sentiamo oggi stiamo tutti pagando l’immenso privilegio che ci è stato dato nell’averlo avuto vicino in passato.Enrico Pedemonte