Interventi in memoria di
Sergio Fedriani
domenica 15 gennaio 2006Lettera a Chiara e a PieraCara Chiara, cara Piera,
il mio primo impulso sarebbe di ringraziarvi. Ma come ha detto Ferruccio, in certe occasioni non si applaude, anche se il cuore vorrebbe. Non per convenzione, certo, ma per adesione completa allo stile di Sergio, dolce, sensibile e presente ma mai invadente.
Come ho detto stamani, l’atmosfera che regnava nella sala è stata la spiegazione migliore di come il termine simpatia sia passato dall’accezione classica, soffrire insieme, all’odierno significato, del tutto positivo. C’è infatti un lato positivo nella sofferenza, se questa è vissuta insieme a persone care, simpatiche appunto. Quando mancò mio cognato, anch’egli nel pieno della sua vita, professionale, di marito e padre di figli giovani, di amico e guida per tanti, la chiesa di Mango era gremita. Il sacerdote, un simpatico Langarolo suo amico, fece una lunga omelia tesa alla catarsi del dolore, alla fuga collettiva da esso verso mete astratte. Per Langarolo e amante del buon vino che fosse, prete rimaneva. Avrei voluto intervenire anche allora, ma non ne ebbi il coraggio. La chiesa non stimola ad esporsi, ad assumersi le proprie responsabilità. Oggi, insieme agli amici cari, mi avete dato la forza di farlo, e ne sono grato a voi e a Sergio. L’ambiente profondamente laico, le musiche struggenti, le parole e gli sguardi di molti vecchi e nuovi amici hanno facilitato il compito, come un naturale corollario, l’intrecciarsi di esistenze che vanno a formare un filo robusto e continuo.
Purtroppo, il dolore talvolta arriva. Ma quando ciò accade, cerchiamo di non fuggire disordinatamente. Viviamolo insieme alle persone care, forti dei valori che fanno della nostra esistenza un’esperienza ‘simpatica’ che continua nei figli, negli amici, nella società che abbiamo contribuito a creare.
L’intensità di una sofferenza condivisa è pari, se non superiore, a quella della gioia più grande. Entrambe passano immediatamente nei ricordi più profondi, quelli che vanno immediatamente a costituire la nostra identità. Cos’è ognuno di noi se non la somma dei nostri ricordi, delle esperienze che davvero segnano la nostra vita e il nostro crescere. Nessuno di coloro che erano presenti dimenticherà l’intensità del sentire comune di oggi. Questo è l’ennesimo regalo che ci fa Sergio.
Guardando i molti giovani presenti, occhioni lucidi ma spalancati, mi veniva da pensare a come si tramanda una cultura, alla capacità che ognuno di noi ha di contribuire a creare una memoria collettiva. Sono certo che quanto abbiamo vissuto oggi, grazie a Sergio e alla sua storia, sarà un pilastro nella loro esistenza, ben più di tanti libri o lezioni.
Tra le parole che mi hanno toccato di più, quelle dell’infermiera dell’Evangelico. In una stanza col sole il sole più luminoso era lui. Continuerà a brillare nel profondo di tutti noi.
Come stamani, concludo con una frase che potrà apparire un po’ retorica: Di uomini così non sia mai povera l’Italia. La scrisse lo Zio Ninni per salutare mio fratello Leopoldo, medico amatissimo che mancò 33enne, sette giorni dopo la nascita di suo figlio. Per questo sono affezionato a questa frase, e con tutto il cuore la dedico a Sergio.
Con grande affetto
Bob
P.S. temo che per Piera non ci sia nulla da fare, ma Chiara, volessi esercitarti un po’ a tressette?Roberto Sitia